❀ L’articolo precedente (qui) è rimasto in contemplazione dei bambini intenti nel loro processo creativo di rêverie ed ha sussurrato quanto sia importante non interromperlo con osservazioni e tanto meno “correzioni” (vade retro!).

La contemplazione genera rispetto e «l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità», scriveva Simone Weil.

Uno dei momenti più belli di un genitore o di un insegnante è quello in cui osserva il bambino mentre è perfettamente concentrato su ciò che fa, quando la sua mente e il suo corpo sono assorti nel fare e sembra che siano altrove, in un’altra realtà.

Chi osserva guarda un corpo, un’espressione, muscoli che si contraggono e si rilassano. Vede un’impugnatura (di una matita o di un pennello), i movimenti degli occhi e delle mani, una particolare postura, un atteggiamento fisico, un tono di voce. È in ascolto del respiro.

Un’osservazione fruttuosa deve essere attenta: «Quando una cosa ti interessa stai attento, la guardi bene. L’interesse è la base di un particolare tipo di attenzione»*; un’osservazione utile (nel senso più generoso della parola) deve essere fondata sul rispetto, richiede pazienza e un atteggiamento libero della mente. L’osservatore ne è parte integrante, perché gli occhi che guardano hanno una vita, hanno esperienze, personalità, percezioni della realtà inevitabilmente parziali, anche solo nella scelta di che cosa osservare. L’esperienza di vita dell’osservatore entra così in gioco attraverso un grande coinvolgimento ma è molto importante che abbia una volontà di distacco, di presa di distanza, per essere in grado di ricevere più adeguatamente e con maggiore obiettività i contenuti che gli si presentano davanti.

Per esempio, quando un bambino non sa cosa disegnare, può accadere che si vada nel panico, un po’ perché ci immedesimiamo in lui e spesso il Vuoto ci spaventa (ma spaventa noi, che siamo adulti, e per i nostri personali motivi), un po’ perché se il bambino è a noi affidato (insegnanti, terapeuti, baby sitter, zii e nonni… ) dobbiamo dimostrare ad altri che con noi il bambino crea. Oibò. Non siamo a dimostrare nulla, siamo ad ascoltare e accogliere. Nella realtà poi, succede che alcuni bambini cominciano subito a disegnare perché hanno già un’idea in testa precisa e prefissata, altri hanno bisogno di qualche istante, altri di un po’ più di tempo, ma l’idea arriva sempre (e se non arriva? Anche il vuoto è un’idea, uno spazio da rispettare).

O quando un bambino “non riesce” occorre aspettare che chieda, senza aver fretta di risolvergli il problema; oppure entrare in punta di piedi (“bussando” sempre!) se proprio è bloccato e in sofferenza o frustrazione. Durante i corsi, ad esempio, il mio intervento viene richiesto soprattutto per consigli tecnici, in special modo sul disegno. Non correggo mai direttamente sul foglio; al limite, con una carta lucida, effettuo le correzioni (anatomiche, per esempio) sopra il foglio in trasparenza e poi il bimbo corregge da solo, se vuole; altrimenti, se la sproporzione o l’errore lo soddisfa comunque, lo lascio libero di mantenerlo. Accade anche ciò che descrive Claire Golomb, ne L’arte dei bambini: «Quando un bambino non riesce a realizzare un’idea come vorrebbe, arriva allo stadio in cui la completa verbalmente». È uno spasso sentire i completamenti e le descrizioni fantasiose di ciò che non c’è.

Guardare un bambino negli occhi o rimanere in silenzio è stare in suo ascolto, dandogli tutta la nostra attenzione; questo può finalmente aiutarlo a riconoscersi.

*Marcella Balconi, psichiatra,

❀Ricordo che questi articoli sono piccoli stralci dalla mia tesi Bimbi a Bottega ed Arteterapia, conclusione della formazione in arteterapia presso la scuola C.R.E.T.E di Firenze (2013-2015), e sono contrassegnati da questo simbolo: ❀

2 Commenti

  • Anna Maria Penco ha detto:

    Che belle e giuste riflessioni! Ce ne vorrebbero di insegnanti che, come te, stanno in ascolto e non impongono la loro idea su un disegno presentato… Ci sarebbero molte meno frustrazioni (esperienza di mamma) nel percorso scolastico e poi la mancanza di desiderio di prendere una matita o un colore in mano, perché “tanto non ci so fare!”. Sono molto fortunati i tuoi allievi!

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