❀ Lei è brava a disegnare, io non sono bravo a disegnare, ma tu sei bravissima a disegnare!
Uno dei nodi più frequenti che mi trovo a dover dirimere con i miei piccoli allievi (ma, mi ripeto, anche e soprattutto con gli adulti) è scardinare l’idea del saper disegnare bene

Ma cosa vuol dire “saper disegnare bene”? In realtà, credo profondamente che il talento artistico sia un «costrutto culturale». Siamo abituati a pensare che un bambino che disegni precocemente soggetti riconoscibili perché realistici e con uno stile naturalistico, sia bravo. Non che ciò non sia vero, ma rappresenta solo un aspetto parziale del talento artistico che, a mio parere, è presente là dove il bambino ha un desiderio costante di dipingere (la passione, la motivazione, la chiamata della ‘ghianda’, qui), e ha un’originalità, un’unicità, un’anima creativa totalmente personale, che si esprime non solo nelle forme (realistiche o no) ma anche nell’uso dei colori, nelle macchie, nelle composizioni e in mille elementi che ne suggeriscono la grande capacità espressiva. «Il naturalismo e il realismo non sono la meta ultima dello sviluppo artistico umano, poiché ci sono molteplici e divergenti vie che portano all’eccellenza artistica». Ma quanto è difficile convincere i bambini di questa idea che, nonostante io sia – almeno finora!- un’illustratrice dallo stile prevalentemente realistico, credo profondamente vera. Coloro che non fanno uso delle forme come principale mezzo espressivo, «esprimono il proprio mondo psicologico profondo, al posto dell’esperienza percettiva dei bambini maggiormente propensi al realismo».

Comunque, qualunque sia la caratteristica dei disegni dei miei piccoli allievi, le loro opere mi interessano non per il loro valore estetico, profondamente discutibile e soggettivo, ma perché cariche di simboli, significati, mondi misteriosi. Mi piace scrutarli e osservarli, guardare nei loro occhi, scoprire gli archetipi che abitano dentro di loro, le immagini che appartengono autenticamente al loro mondo interiore. Per un bambino che ama farlo, «disegnare è conoscere e comprendere».

Nei corsi ho sempre cercato dunque, fin dall’inizio, di lasciare più spazio possibile alla libera espressione dei bambini, sia pure proponendo loro temi o suggestioni da cui partire. Possono partire da una storia, una filastrocca, un ascolto musicale e poi, sulle idee che vengono loro, li seguo nella tecnica, a scelta tra disegno a chiaroscuro, pittura ad acquerello, matite colorate, pastelli, carboncino e inchiostro di china.

Dopo le prime domande, e dopo che ognuno si è procurato il materiale occorrente, c’è un tempo di pace, dove ciascuno è intento la proprio lavoro ed è in compagnia di se stesso e della sua opera. Questo è un momento speciale perché è possibile osservare il processo creativo puro: la bocca dei bambini che si muove in concentrazione, gli occhi sul foglio, la mano che danza, la scelta dei colori. Non bisogna mai interromperlo con le nostre osservazioni! Si tratta infatti di una finestra privilegiata sulla rêverie, e possiamo solo essere grati di essere lì, e poterne godere.*

 

I virgolettati sono da Claire Golomb, L’arte dei bambini, Raffaello Cortina Editore 2002.

La rêverie è il termine utilizzato da Gaston Bachelard, filosofo francese in scienza e poesia, per descrivere quello stato di coscienza tra la veglia e il sonno, il sognare a occhi aperti, l’essere assorti in profondità, l’essere immersi, godendone in beatitudine, nell’immaginazione: «è proprio nella rêverie che siamo degli esseri liberi». (G.B. La poetica della rêverie)

*ricordo che questi articoli sono piccoli stralci dalla mia tesi Bimbi a Bottega ed Arteterapia, conclusione della formazione in arteterapia presso la scuola C.R.E.T.E di Firenze (2013-2015), e sono contrassegnati da questo simbolo: ❀

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