Il dono delle pernici

Montagna

Agosto 28, 2023

Salita alla Testa Grigia, 3315m, da Champoluc, Val d’Ayas

 

Agosto 1986

La Testa Grigia è una montagna la cui cima si slancia come in tuffo verso il Monte Rosa, a raggiungerlo o proteggerlo.

Avevo undici anni e nella memoria rimane un dolore. Saliamo sotto un cielo assolato di gialli e di azzurri che si trasforma in una scenografia di nuvole e nebbia. Un vento che scoraggerebbe chiunque a proseguire su una traccia impervia, ma non il mio babbo che, in un miscuglio tra caparbietà e incoscienza, non ne vuole sapere di tornare indietro. Le risate e le chiacchiere della prima parte del cammino in mezzo ai fiori si affievoliscono e si trasformano in sbuffi per la fatica, zittendosi infine nello sguardo serio di babbo quando ci si presenta davanti un passaggio molto esposto: completamente immersa nella nebbia, una cengia affacciata sul dirupo con a sinistra la roccia prominente, quasi pronta a sputarci dentro, nel vuoto, se osiamo passare di lì. Mamma prova a convincere babbo a demordere ma lui prosegue e si ferma al centro della cengia con le spalle al precipizio e le braccia stese appoggiate alla roccia, a creare l’arco di un’immaginaria galleria per proteggere noi, ma non lui, al passaggio.

E così andiamo, uno alla volta, nel silenzio del timore, nel grigio totale.

Mamma non ha respiro, finché anche babbo torna al sicuro.

La nebbia resta sulla cima, poco dopo, rendendo tutto incerto, da dove veniamo e dove stiamo andando.

Babbo se ne va pochi mesi dopo. La cosa grigia che l’ha portato via è stata la strada, non la montagna, come forse avrebbe preferito.

 

Settembre 2023

Da quando abito in Val d’Ayas lancio sempre uno sguardo a quella montagna grigia e affilata. La guardo con il desiderio di salirla in una mistura di sfida e amore.

Sono allenata, forse con la stessa caparbietà di quel babbo lontano ma sempre così vicino.

Decido di salire senza prendere gli impianti da Champoluc, direttamente dalla piazza della chiesa, prima per il bosco silenzioso, poi piano piano per i prati e sempre più su. Voglio arrivarci con le mie gambe e con il mio respiro, non con una macchina affollata e chiassosa.

La mia mente è in silenzio, il mio passo lento e regolare.

Non guardo l’ora e non scatto molte foto, sono lì per altro.

Attraversati i pascoli odorosi di letame, per un sentiero di sfasciumi raggiungo il passo prima della salita alla cima e tutto si copre, ancora una volta. Il passo è chiuso da una muraglia di nebbia ambrata. Sul sentiero che sale verso la vetta, le nuvole bianche rotolano svelte, quasi a volermi precedere. Sulla valle a ovest, invece, vola solo qualche nuvoletta bianca. La montagna è divisa tra due mondi, di luce e di ombra.

Anche io sono divisa dentro: proseguire o tornare indietro?

Ma le nuvole rimangono dall’altra parte, come se una mano gigante ne bloccasse il passaggio: proseguo.

Sono sola, ma insieme alle nuvole sulle quali ci si potrebbe lanciare per volarci sopra. Sola a parte lo stambecco che mi scruta guardingo, disturbato nella sua pace muta.  

Sulla cresta finale vedo il passaggio.

Non mi fa paura; respiro, accarezzo le rocce levigate alla mia sinistra, mi prendo cura di ogni passo. Appena supero la cengia due pernici bianche si alzano in volo improvvisamente, angeli o fantasmi nella nebbia, lasciandomi in dono una piuma.

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