Questa mattina sono partita presto con un sole velato, poi svanito del tutto sotto nuvole indaco. Perfettamente equipaggiata, mi sento come il primo giorno di scuola, dopo aver preparato lo zaino con attenzione ai minimi dettagli.
Il mio cuore sorridente batte all’unisono con il mio passo, veloce e regolare. Rallento, senza fermarmi, se il fiato diventa troppo corto; solo ogni tanto mi concedo una sosta in contemplazione.
Come mi piacerebbe vedere un’aquila! So come riconoscerla, ho studiato per non avere dubbi: grande apertura alare, macchie bianche sotto le ali, la testa chiara. A danzare lassù, più in alto di tutti.
Salgo di dislivello e, passo dopo passo, si fanno strada anche i pensieri. Il presente è nel corpo: sulla pelle solleticata dal vento e nell’odore dell’erba di alta quota che assaporo. È un’orchestra sensoriale di cui sono direttrice, anche se a volte, quando i pensieri ne interrompono la cadenza, il ritmo si inceppa, trasformando l’armonia in rumore confuso.
I larici ormai sono lontani e raggiungo la cresta che, come sempre, mi incanta. Lo spazio immenso abbraccia e accoglie il mio piccolo corpo.
Guardo le nuvole che a poco a poco lacrimano qualche goccia. Non c’è nessuno.
Il freddo comincia a farsi sentire e il ritmo del passo se n’è volato via.
Un’amica qualche tempo fa mi ha fatto le carte. Non proprio i tarocchi tradizionali, ma carte con raffigurati personaggi di fiabe inventate. È uscita una grande aquila, con l’occhio in evidenza: profondo, stabile e sicuro nella sua direzione. Un aiuto nel mio percorso di vita.
Mi fermo poco dopo la cresta per cercare un po’ di riparo e prima di una pietraia che mi pare richieda tempo e concentrazione. Ho fame e riesco a mangiare il mio panino indossando i guanti, dal freddo che c’è. L’orchestra diligente e ordinata sta cedendo il posto alla confusione del dubbio.
Come le nuvole, inizio anche io una danza selvatica tra gli omini di pietre che a tratti indicano la strada e a tratti spariscono, lasciandomi ancora più sola in questa gola incuneata tra due pareti di roccia alte e larghe, una galleria senza tetto. Incombono brune e inumidite dalla pioggia che si fa insistente. Non ho più terra sotto i piedi, ma grandi rocce sparse sulle quali corro a balzi: le mie gambe riconoscono e scelgono, molto prima dei miei occhi, gli appoggi più sicuri su cui passare.
La luce è grigia e livida, non si sente né vento, né fruscio d’acqua, non il mormorio di un animale o il ronzio di un insetto. Mai ho ascoltato un Silenzio così totale.
Mi arresto, appollaiata su un masso verde di muschio, per ascoltarlo meglio. So che questa è la mia casa: non importa quanti passi dovrò compiere per abitarla. Questo è il luogo dove qualcosa di me già vive, da un tempo lontano e sconosciuto.
Riemersa come da un sogno le gambe mi riportano giù, in un ritmo scomposto, lungo un sentiero deserto che si precipita a valle e che pare non finire più. Canto Over the rainbow a squarciagola per non sentire la spossatezza e la solitudine.
Accasciata sullo scalino di una casa a Champoluc il mio corpo è stremato ma la mia anima è grata: lassù, sulla roccia verde in mezzo alla gola, nel silenzio totale ho sentito un sussurro: nella nebbia, vellutata e regale, volava l’Aquila.




















