C’era una volta, e una volta non c’era, una bambola blu…

Avevo una soffitta. Era grande, bella, bohémienne, blu. È stata la scenografia della mia infanzia e giovinezza. Quando disegnavo o dipingevo alzavo lo sguardo e vedevo la luna, discreta osservatrice della mia vita in uno spazio magico di vecchi giochi d’infanzia, d’incontri, di letture, di musiche, di silenzi, di solitudini preziose, creative, profonde. Lì ho vissuto e ho creato.
È stata il teatro di tante storie ma solo di una, ora, vorrei raccontare. Una storia accaduta dopo il mio primo scontro diretto con la signora vestita di nero che con la sua falce ha strappato violentemente le mie certezze, le mie radici, la mia infanzia.

Intorno agli otto anni ricevetti in dono da una suora una bambola di porcellana, di quelle antiche, dipinte a mano e con il vestito di seta. Nella penombra di una stanza spoglia e austera, la suora mi porse una bambola vestita di blu annunciandomi che era un dono per me. In silenzio porsi le braccia e la accolsi, con l’impressione di avere tra le mani un essere preziosissimo. Non ero abituata a ricevere regali (i miei genitori credevano nella sobrietà!) e dunque si trattava di un avvenimento assolutamente eccezionale, anomalo, quasi sovrannaturale. La bambola prese dimora nella mia casa a Pisa, nella soffitta, e l’abitò, silenziosa, per molto tempo… fino a quando, un giorno, decise di visitarmi. Lo fece di notte, durante il sonno, dando inizio, con quelle visite, a una lunga e sofferta serie di incubi terrificanti.

Ero nella mia soffitta, di notte, al buio, e vedevo la bambola che, lentamente e quasi impercettibilmente, prendeva vita e mi si avvicinava, un passettino alla volta, alzando e abbassando, piano, le mani.
Io, ovviamente, ero pietrificata dal terrore e non riuscivo a muovermi. Lei mi parlava, guardandomi con quegli occhi sgranati e mi sussurrava: “Mariuccia, non avere paura, non avere paura”.

Ogni volta così. E piano piano, con gl’incubi che si ripetevano, sempre uguali, non riuscii più a salire quelle scale tanto amate, verso il luogo della mia preziosa solitudine. La faccenda divenne grave perché il terrore si era ormai impossessato di me e la mia mamma decise di togliere la bambola dalla soffitta. Per un po’ venne nascosta poi, con un (sadico!) intento di terapia d’urto venne appoggiata sull’armadio in camera mia, proprio davanti al mio letto, suscitando l’unico risultato possibile: ricominciai a sognarla con le solite emozioni paniche. E la bambola venne nuovamente riposta. Passò il tempo…

Quasi vent’anni dopo, durante la lettura di un libro che ha segnato indelebilmente la mia vita, Donne che corrono coi lupi, di Clarissa Pinkola Estés, lessi questa storia:

“C’era una volta, e una volta non c’era, una giovane madre che giaceva sul letto di morte, il volto bianco come le rose di cera della sacrestia nella chiesa accanto. La figlioletta e il marito sedevano in fondo al letto di legno e pregavano Dio affinché la guidasse nell’aldilà.
La madre morente chiamò a sé Vassilissa e la piccola dagli stivaletti rossi e il grembiulino bianco s’inginocchiò accanto alla mamma.
«Ecco, questa bambola è per te, tesoro mio», sussurrò la donna, e da sotto le coperte tirò fuori una bambolina che come Vassilissa indossava stivaletti rossi, grembiulino bianco, gonna nera e corsetto ricamato di tanti colori.
«Sono le mie ultime parole, bambina mia», disse la mamma. «Se ti perderai o avrai bisogno di aiuto, domanda a questa bambola che fare, e sarai assistita. Tieni la bambola sempre con te. Non parlarne a nessuno, e nutrila quando ha fame. Questa è la promessa fatta a te da tua madre, questa è la mia benedizione, cara figlia». E il respiro le ricadde nelle profondità del corpo, dove raccolse l’anima e sfuggì dalle labbra: la mamma era morta. (La favola continua…)

La Pinkola scrive:
Le bambole sono uno dei tesori simbolici della natura istintuale. Qualunque sia la confusione in cui ci troviamo, vive una vita nascosta dentro di noi.
La bambola è il simbolo di quanto sta sepolto di numinoso negli esseri umani. È un piccolo e risplendente fac-simile del Sé originale.
Nella bambola c’è Colei che Sa.
È la creature che continua nel lavoro interiore, instancabile. Anche quando dormiamo, specialmente quando dormiamo.
La voce
della ragione intima, della conoscenza e della consapevolezza intime.
È il protettore mai visibile e sempre disponibile.”
Questa storia mi lasciò attonita. Riportò immediatamente nei miei pensieri la mia bambola Blu, tanto amata e tanto temuta, che mi diceva: “Non avere Paura!”.

E capii tutto.

Sono corsa immediatamente a recuperarla e l’ho tenuta nella mia nuova casa per qualche giorno (non senza inquietudine, confesso, nonostante i quarant’anni suonati…).
E mi sono resa conto che l’unica cosa che potevo fare per accoglierla in me e farla ritornare profondamente dentro di me, era ritrarla, disegnarla, dipingerla.

E ora non ho più paura.

P.S. Se ancora non siete stufi di leggere vi offro un altro passo di Gaston Bachelard, che racconta le meravigliose magie delle soffitte…

“Lo spazio, nei suoi mille alveoli, racchiude e comprime il tempo […].
Per psicoanalizzare il nostro inconscio rintanato nelle dimore primitive,
è indispensabile desocializzare i nostri grandi ricordi e attingere al piano delle rêveries
che conducevano negli spazi delle nostre solitudini.
Tutti gli spazi delle nostre solitudini sono incancellabili in noi, perché l’essere non vuole affatto cancellarli, sa istintivamente che gli spazi della sua solitudine sono costitutivi.
Anche quando tali spazi sono aboliti dal presente […], anche quando non c’è più soffitta e si è perduta la mansarda, rimarrà sempre il fatto che si è amata una soffitta. […] Quale privilegiata profondità c’è nelle rêveries del bambino!
Felice il bambino che ha posseduto, veramente posseduto, le sue solitudini!
Soffitta dei miei tedi, quante volte ti ho rimpianta
quando la molteplicità della mia vita mi faceva smarrire il germe di ogni libertà!”

Gaston Bachelard, La poetica dello spazio
(Edizioni Dedalo, capitolo primo)

Le foto fatte bene sono di Esteban Puzzuoli:

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